La forma architettonica come sorpresa cinetica: il contributo di Barozzi/Veiga

 

 

01. Ennui

La crisi finanziaria del 2007-2008 appare sempre di più come uno spartiacque, per cui si può parlare di un mondo pre-crisi e di un modo post-crisi. In architettura, ad esempio, è possibile osservare un paesaggio per molti versi opposto a quello che ha caratterizzato i 20 anni di eccessi (lanciati dallo show Deconstructivist Architecture, MoMA, 1988) precendenti la crisi. Ad esempio, nel mondo non di lingua inglese, le performance egocentriche del disegno parametrico, gli esercizi di mappatura compulsiva, ma anche la produzione di gratuite acrobazie formali sono diventate un bersaglio popolare. Questi esercizi sono diventati un capro espiatorio: essi incarnano, agli occhi di molti, l’assurdo spreco di risorse fisiche e mentali dei sempre meno popolari membri dello star system. La crisi sembra aver fatto emergere una nuova sensibilità per il progetto di tipo minimalista, o comunque caraterrizato da ambizioni bassissime, ovvero un semplice riflesso di un ritrovato ethos di austerità. Intorno a questo nucleo ruota oggi la retorica del low-cost, e cioè la retorica imperante nel tempo presente  che sembra assorbire ogni aspetto della vita quotidiana, dai voli aerei alle case. Questa sensibilità ha generato approcci al progetto di architettura più attento ai temi sociali, come i rammendi del territorio e/o della banalità delle periferie urbane e suburbane, largamente dimenticate dalla professione in generale fino a tempi recentissimi.

Questa nuovo ‘altruismo’ (molto reclamizzato) è in genere ‘approvato’ da un altro timbro sempre più necessario e popolare (a parole): il timbro della correttezza politica, normalmente gestito dai diversi media di cui sono proprietari (per lo più) gli stessi conglomerati reponsabili della sponsorizzazzione finanziaria e politica delle acrobazie formali che hanno caratterizzato il tempo pre-crisi. Il portato di tutte queste buone intenzioni ha prodotto un risutato che pochi avevano previsto: un senso di ennui/noia esistenziale generale hanno investito il terreno dell’architettura in un periodo in cui quest’ultima era di già stravolta da un doppio avvitamento su sè stessa: un avvitamento digitale e, almeno nel mondo accademico di lingua Inglese, un avvitamento critico mirante a stravolgerne la natura e le finalità ultime. L’architettura è diventata oggi (per molti dei suoi pseudo-protagonisti) una disciplina definita non più dai suoi scopi pratici ma da una variopinta scala di selvagge, pseudo-intellettuali speculazioni interdisciplinari prive di apparente confine, o ambizione.

In breve, ci si trova, a detta di molti, in presenza di un nuovo ribasso culturale per cui il campo dell’architettura è caduto vittima di una stasi in cui le varie performance energetiche degli edifici sembrano essere l’unico argomento capace di generare qualche eccitamento di tipo sportivo, seppure di breve durata. Questa condizione ha fatto emergere una nostalgia per il tempo in cui esisteva ancora una storia, in cui si poteva tentare di programmare il futuro, in cui si poteva parlare di luci o di ombre o, per ricordare Kraus, in cui si poteva ancora parlare della differeza tra una urna e un vaso da notte. Nella contemporanea cultura dell’ Instant Age, la rumorosa maggioranza sembra purtroppo incapaca di distinguire l’urna dal vaso da notte, confondendone spesso l’utilizzo di entrambe.

 

 


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